Riflessioni su Cagli 2007 - Jadan

Anno: Pagine di fumo

Molti parleranno degli aspetti sociali e socievoli di quest'incontro di Cagli. E, più che i messaggi, sono sicuro che parleranno le fotografie. Non ho una grande esperienza alle mie spalle: questo è solo il secondo incontro a cui partecipo. Eppure, già solo rispetto a quello dell'anno scorso, mi è sembrato di notare una maggiore distensione generale.

Se quindi l'aspetto "amicale" mi sembra che sia  piuttosto positivo, mi piacerebbe dire due parole sul fatto che la pipa italiana sta veramente crescendo. Pur senza menzionare tutti gli artigiani presenti, l'impressione è che il livello medio stia aumentando di anno in anno. Si vedono pipe frutto di inventiva ed elaborazione che veramente stupiscono. Sembrava che la forma della pipa avesse ormai poco da variare. Eppure, vedendo i bocchini aghiformi di Becker o quelli lavorati di Amorelli si percepisce una ricerca, un tentativo, comunque di andare oltre.
Una volta che la pipa è diventata un oggetto non di uso comune come era un tempo, ma un oggetto ricercato e amato, non ha più senso farla brutta: non la prenderebbe nessuno. E, per la conoscenza della radica e per la capacità di estrarre disegni non credo che siamo secondi a nessuno. Vorrei ricordare il clan dei Calabresi (Romeo, Posella e Iacono), , come esempio di artigiani che partendo dalla radica sono riusciti comunque a non rimanere fermi sulle stesse forme pesanti e imponenti. Ma, invece, sempre rispettando vene e fiamme, sono riusciti a coniugare una bella varietà di forme con uno stile molto personale. Mi spiego: dieci anni fa un pipone grande e grosso era sinonimo di "Pipa del sud Italia" senza ulteriori specificazioni: tutte abbastanza impersonali. Oggi  invece siamo in grado di identificare Posella, o  Romeo" e non ci possiamo sbagliare. Fanno belle radiche, fanno magari piponi, ma hanno stile.

Nel versante innovativo possiamo annoverare le dark di Ascorti e le nippo-danesi di Dal Fiume: la pipa è quella ma ogni volta cerca di essere differente. Nel versante tradizionale troviamo  Quattrociocchi, Armellini e Santambrogio che proseguono un’antica tradizione. Qui, per queste case, innovare è più complicato. C'è un nome e una storia da difendere. E, infatti, come sempre, propongono pipe più tradizionali ma che, a ben guardare, ogni anno che passa rivelano una cura più accentuata, una rifinitura più ricercata. Un perfezionamento, insomma, di una tradizione nobile e lunga. Tra quelli che stanno crescendo ho visto (ma anche e soprattutto sentito) Musicò e le sue Foundation. Dallo strictly British mi pare che si stia arrivando ad uno stile più personale. Credo che crescerà ancora.
Di Don Carlos non parlo: lo conoscete e apprezzate. Ma questo va detto, senza retorica e sbrodolamenti.


Tutto ciò che precede era solo dire che vedo una qualità migliorare: perciò ho citato solo alcuni artigiani, perché son quelli (e manco tutti) che conosco meglio e di cui riesco a vedere i progressi di anno in anno, non perché gli altri fossero meno interessanti. Se quindi la qualità cresce, il merito va in parte a Internet, che consente scambi (anche fotografici) in tempo reale. Permette, insomma, di sapere cosa fanno dall'altra parte dell'Oceano (per esempio in Giappone) senza aspettare che miracolosamente una pipa ti arrivi in mano (mai avuto una pipa giapponese in mano a parte alcune Tsuge; eppure le pipe di Takeo Arita le conosco).

Internet da una parte. Ma un merito tutto speciale va a questi incontri durante i quali gli artigiani, sbirciando il lavoro altrui carpiscono qualche segreto, si fanno venire qualche idea, accendono un lampadina.

Published:  14/05/2007