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Alla ricerca dell’arte perduta. L’ultimo piparo chioggiotto: Giorgio Boscolo Femek
03/11/2013


Il personaggio sembra uscito da un’oleografia ottocentesca, barba e capelli brizzolati, una calottina ora variegata ora a tinta unita sempre in testa e l’immancabile pipa di terracotta in bocca; qui si percepisce la sensazione che il tempo si sia fermato, in realtà ha i ritmi delle volute di fumo che a intervalli regolari si sprigionano e si muovono ad accarezzare ogni cosa, dalle pipe sparpagliate in ogni dove, alle ceramiche appese alle pareti, ai quadri che si alternano con le sculture fin su, sempre più in su, sulle travi del medioevale palazzo Granaio nei cui sottoportici è ricavato il negozio-fucina El penelo, il caratteristico segnavento che un tempo adornava la cima dell’albero delle barche chioggiotte.


Dall’esterno giunge, quasi un brusio confuso, il vociare chiassoso e convulso del mercato del pesce, ma, come per magia, nonostante la porta sia sempre aperta, si ferma sulla soglia, forse in segno di riverenza e rispetto per il mondo incontaminato di un’arte che sembrava perduta ma che ora ha ritrovato nuova vita e nuova linfa grazie alla scelta che in un giorno del lontano 1968 Giorgio Boscolo Femek fece con grande coraggio, decidendo di abbandonare le molteplici attività che fino allora convulsamente lo avevano travolto, per andare alla ricerca dell’uomo che in lui sonnecchiava.


Un brevissimo corso per apprendere i rudimenti sull’arte della ceramica e della sua cottura e quindi l’impresa prende l’avvio, un’avventura inizialmente affrontata con titubanza, poi con crescente passione ma soprattutto curiosità: un tuffo in un mondo che covava da sempre nel suo animo ma che aveva bisogno di ali per librarsi, per esplodere, per prendere e dare vita.


Eccolo modellare ciotole, oggetti di fantasia, figurette zoo e antropomorfe per giungere poi all’incontro con le pipe; il tutto senza maestri …


Gli ultimi pipari erano scomparsi da parecchi decenni, dagli esperti addirittura si era messo in dubbio che in Chioggia vi fossero mai state fabbriche di ceramica e tanto meno di pipe … sembrava un giallo, ma solo le sue meticolose ricerche hanno permesso di appurare che non solo esistevano fabbriche di ceramica ma che dal lontano 1600 erano fiorenti quelle delle pipe, grazie alla … generosa concessione del governo della Serenissima di concedere il permesso di lavorare l’argilla solo per produrre pipe, sentito il parere dei “bocalieri” veneziani che volentieri avrebbero delegato una così vile incombenza di questa produzione per non sminuire il valore e l’importanza della loro attività.
Si cominciano a vedere i primi stivali, scarpe o vasi rigati, più tardi anche figure di animali come cani, gatti, galli, pesci e in seguito teste antropomorfe di uomo e donna; le forme si arricchiscono, diventano teste di personaggi mitologici, di turchi con turbante o con fez, di eroi italiani e quindi di personaggi politici …


Agli inizi del secolo scorso svolgevano la loro attività in Chioggia ben sei fabbriche di pipe, una produzione assai copiosa che oltre soddisfare il fabbisogno locale, trovava un suo fiorente mercato fuori il territorio cittadino e regionale; reperti se ne sono trovati anche all’estero e soprattutto nella vicina ex Iugoslavia.
Da non dimenticare che la concorrenza era spietata, perché nella vicina Bassano operavano numerose fabbriche di pipe, fabbriche che producevano pipe … chioggiotte, assai richieste allora dal mercato.


Eccolo, dunque, in giro per la città alla ricerca delle tracce degli ultimi due pipari ancora in attività fino a una decina di anni prima, uno in calle Vescovi, l’altro in calle Fattorini; quasi tutto era ormai andato perduto soprattutto gli stampi che con certosina pazienza e fantasia è riuscito a ricostruire acquisendo una conoscenza che lo fa ritenere uno dei maggiori esperti nel settore; di pipe se ne potevano trovare ancora, subito dopo il secondo conflitto mondiale presso i tabacchini della città che avevano fatto copiose scorte nei loro magazzini, pipe soprattutto molto semplici perché le più richieste dai vecchi pescatori; con esse si potevano comprare separatamente i bocchini allora in legno di ciliegio nella varietà marasca selvatica, saporito e odoroso, oggi sostituito dal corniolo più resistente ma lavorabile.


Alla metà dell’ottocento con uno o due centesimi si poteva acquistare una pipa, con un centesimo la canna di legno. Numerosi erano i vecchi che si dedicavano alla preparazione di queste canne, forandole con sottilissime trivelle. Chi acquistava una pipa sceglieva con cura anche la canna che ovviamente veniva venduta separatamente; la adattava quindi al foro portacanna rastremandola delicatamente a una delle estremità. A memoria dello scrivente, negli anni cinquanta del secolo scorso, un carrettino di chincaglierie si poteva incontrare all’altezza del ponte della Pescheria e fra tanti oggetti i più disparati faceva bella mostra una copiosa serie di pipe le più varie.


Il grande vantaggio della pipa chioggiotta era ed è quella di poter essere rigenerata; lo dimostrano i numerosi reperti rinvenuti da parte di muratori, nei lavori di ristrutturazione post bellici, quantità di pipe poste ai lati degli abbaini, nel coppo di conversa, perché sole e pioggia ne sciogliessero gli umori di cui si erano impregnate durante l’uso. Inoltre un’altra caratteristica della pipa in terracotta, tiene a rilevare Giorgio, è quella di non richiedere alcun rodaggio perché viene cotta nella fornace a una temperatura così alta da non contenere alcuna traccia di materiale combustibile sì che sia alterato il sapore del fumo; infatti, la pipa buona, alla prima fumata forma poca crosta, perché essa stessa ha la funzione di una vera e propria crosta.


Costruita oggi come, allora con l’argilla del fiume Po, la pipa fino alla metà del 1600 era un oggetto semplice, in terra rossa. Poi verso la metà del 700 diventa più raffinata sia nella forma con fregi di varia natura che con l’introduzione della vetrinatura per ottenere delle pipe smaltate e la cottura soffocata per avere quelle nere; infine cessa la smaltatura e la terra trattata con l’acqua salata, assume, una volta cotta, il caratteristico colore giallo avorio: questo probabilmente per contrastare, allora, la diffusione delle pipe francesi, assai di moda, che avevano questa peculiarità.


La pipa, uscita dalle mani esperte del nostro piparo, è un piccolo capolavoro, una scultura in miniatura, sì da acquistare la dignità dell’opera d’arte; c’è accuratezza nella lavorazione, cura nell’esecuzione dei particolari, attenzione nella rifinitura: un lavoro di cesello insomma. Nulla viene trascurato dal suo occhio esperto, ogni pipa è un pezzo unico, quindi raro anche se lo stampo è lo stesso; di essi ne possiede una quarantina e non ha alcuna intenzione di fermarsi, arricchendo la già variegata collezione di personaggi famosi sia storici sia politici.


La fabbricazione vera e propria dura qualche minuto. Aperto lo stampo, costituito da due semistampi, vi si posa un po’ di terra e quindi viene chiuso tenendolo fermo con una mano per i due manici; con l’altra mano introduce i due perni per la formazione del fornello e del portacanna, i quali fanno aderire perfettamente l’argilla alle pareti dello stampo che sono state preventivamente unte con olio e petrolio per agevolare il distacco della pipa. Tolti i perni e aperto lo stampo, la pipa viene posta ad asciugare in modo da permettere di praticare i fori di comunicazione dal fornello al tubo portacanna; con un coltellino viene eliminata la sbavatura prodotta dalla congiunzione dei due semistampi.


Per lungo tempo si è dibattuto se esistesse veramente una pipa “ciosota”; la risposta dell’esperto è inequivocabile, come si evince leggendo “LA PIPA CHIOGGIOTTA e le altre pipe in terracotta”, scritta a due mani con l’omonimo giornalista Giorgio Boscolo:




“Un primo elemento utile per l’identificazione della pipa chioggiotta è rappresentato dai fori che mettono in comunicazione il fornello con il tubicino portacanna. Le pipe in terracotta hanno generalmente un unico foro … La pipa chioggiotta, al contrario, salvo qualche rarissima eccezione, ha sempre tre fori. La ragione di questa scelta effettuata dai pipari può essere stata determinata da esigenze funzionali essendo molto probabile che un unico foro venisse otturato dal tabacco.


Altre spiegazioni alquanto singolari e suggestive rimandano a un significato cabalistico o un intento augurale …
“Nella vita di un artista “- così lo presenta L.T. nel volume succitato- “le età del suo cammino creativo non si sostituiscono ma si sovrappongono progredendo parallelamente.” E ancora più avanti così conclude :” Anche dall’analisi delle molteplicità scaturisce la sintesi che di tutti i generi espressivi fa un’arte sola perché unica è l’anima del vero artista. Ma chi sa cogliere l’essenza della sua vita solitaria e schiva da innamorato del Mestiere libero che ha scelto di vivere rischiando quanto il Volgo predilige, si convince che Giorgio Femek è intimamente un filosofo, nell’accezione arcaica che identifica la filosofia con la saggezza, virtù rara che rende, chi la possiede, felice di essere come l’indole naturale ha voluto di lui, nella certezza che il resto è chiasso che il tempo disperde.”


E mi piace concludere con le parole, quasi testamento del suo omonimo:
“ Non ci sono più i bragozzi, è vero, non ci sono i pescatori di una volta, ma la pipa che non gli mancava mai, è rimasta a reclamare l’attenzione che è dovuta ad un pezzo della storia del costume e del sociale.”


Così gli fa eco nei suoi versi Ernesto Chiereghin, un poeta in vernacolo:
Ah, la mia pipa … èl mio confòrto
Pì grando che ghe sia in te la mia vita;
in cà, in mare o che me tròvo in pòrto,
ve digo mi … la gioìa pì gradita
(la pipa è il conforto più grande di tutta la mia vita: la gioia più gradita mi trovi in mare, in porto o a casa).


Cesare Mantovan

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