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    Riflessioni su Cagli - 2009
    08/06/2009
    Si fumava la pipa quando la trazione più in voga non era l’ibrida ma l’equina, ci si illuminava con candele e ci si scaldava con stufe e camini. Si fumava forse molto di più. Ancora in anni relativamente recenti Orwell, nel suo "1984", nel descrivere una società miserrima, di stampo nazistalinista, una società in cui tutto manca e tutto è razionato, ci dice che, in tale mostruosa carestia tabagica si è costretti a rifumare fondigli puzzolenti o, come scrive “He had lugged out a huge and filthy pipe which was already half full of charred tobacco” e questo perché il tabacco a disposizione era veramente una miseria: “With the tobacco ration at 100 grammes a week it was seldom possible to fill a pipe to the top”, Un etto alla settimana, due buste o una lattina: molti di noi fumano molto meno senza razioni o Grandi Fratelli.



    La pipa era un oggetto prima di tutto utile, un po’ come una forchetta. Poteva certamente essere anche bello, ma in primo luogo doveva servire a qualcosa. Né si era usi ad avere tante pipe: riempire una rastrelliera settimanale con 7 pipe era già un bel risultato.


    Oggi l’ibrido ha sostituito la trazione equina e la pipa da utensile è diventato, spesso e volentieri, oggetto da collezione, opera d’alto artigianato. Di pipe ne abbiamo tante e fumiamo probabilmente meno ma ci illudiamo di fumare meglio. Non possiamo,quasi mai, fumarla al lavoro e la riserviamo al relax serale.
    E’ cambiato il modo di fumare, è cambiato il fumatore di pipa ed è ovvio che cambi anche la pipa. Infatti è ormai più facile trovare una palma in Antartide che trovare una classicissima e banalissima billiard nelle esposizioni di Cagli o di qualunque altra manifestazione di pipe.




    Sempre più grosse, logico: se destinate al relax di fine giornata devono coprire un’intera serata. Sempre più fiammate, logico: se sono opere d’alto artigianato, che si parta dalla materia prima sceltissima. Sempre più sfidanti le leggi della gravità, logico: se le fumo in poltrona, e non mentre ho le mani occupate su una tastiera in ufficio, non ho necessità di reggerla coi denti. Sempre più belle? Probabilmente.




    Tant’è che poi uno si domanda: ma un oggetto così bello perché mai dovrò sciuparlo accostandolo al fuoco? Quei tagli così arditi che nulla hanno di utile e che tanto costano perché identificano quell’oggetto come unico, perché rovinarli? E quella vernice così tirata a lucido, invece di appannarla col tabacco, non sarebbe il caso di nutrirla col “prontolegno” dopo aver collocato la pipa all’interno di una vetrina perché non prenda polvere? E quella forma così ardita? Bellissima, ma servirà anche a fumare meglio? Personalmente nutro dei dubbi.




    La pipa un tempo aveva una funzione da svolgere e le forme (non tante, a ben pensarci) che noi definiamo “classiche” altro non sono che il risultato di un lungo processo evolutivo che da centinaia e centinaia di forme possibili ha portato, per selezione, a quelle più efficienti o più funzionali o più gradite (basti visitare un museo della pipa come quello di St. Claude o il nostrano Paronelli di Gavirate per capire come la strada per arrivare ad una billiard o bent classica sia costellata di miriadi di forme e prove diverse).
    L’apprendista di un tempo, quando esistevano le grandi industrie (Rossi, fra tutte), si esercitava per anni nella lunga e laboriosa arte del creare oggetti forse di poco valore ma utilitari. Poi, dopo anni di apprendistato, magari si metteva in proprio e dava, se l’aveva, spazio alla sua creatività. Oggi chiunque può, partecipando ad una fiera o sbirciando qua e là in internet, carpire idee e riprodurle. E chiunque, quindi, può inventarsi danese, inglese, classico, freehander o quant’altro. Si salta la fase dell’apprendistato e si parte da creatore di forme nuove. E ritorna in mente De Chirico quando rimpiangeva l’accademico apprendistato “Dapprima il giovane imparava la prospettiva. Poi disegnava le figure umane prima copiando disegni dei Maestri, poi dal vero; insomma il principio era: prima copiare disegni o incisioni, poi sculture, in ultimo lavorare dal vero”. Il saltare l’apprendistato, unito al fatto che (e diciamocelo una buona volta, per la miseria!) la stragrande maggioranza dei mastri pipai fuma sigarette (nel caso fumi) porta a oggetti tanto belli quanto poco funzionali, tanto da mettere in vetrina quanto poco da portare alla bocca.


    Ci sono eccezioni? certo che sì. Ci sono artigiani che sanno ideare forme nuove ma perfettamente funzionali, forme che puoi fumare per serate intere senza stanchezza, acque, fondigli a metà fornello o altri spiacevoli inconvenienti. Ma non vorrei fare nomi: in linea di massima ognuno ha, in mente sua, un elenco di questi Maestri. Piuttosto mi piacerebbe avanzare una modesta proposta: distribuire, ad ogni mastro pipatore, un semplice questionario che abbia solo due domande:


    1) Sei capace di realizzare una billiard, una rhodesian, una bent classica e senza fronzoli? Se sì (e se il risultato non è una pipa stortignaccola, asimmetrica, tonda circa, romboidale circa, dritta così così) vediamo le tue pipe di forma libera.


    2) Tu fumi le tue pipe? Fumi regolarmente pipe simili a quella che sto per comprare ? Se sì, procediamo.


    Ha risposto no? Magari a entrambe le domande? Ecco, comincia a sorgermi un dubbio.



    Jadan

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